(pubblicato su "Lahar Magazine" #24)

Ho una ruota panoramica in testa. In ogni cabina un pensiero diverso che va e viene ininterrottamente dalle tre del mattino.

Ad ogni giro è sempre più deforme, dilatato, imprigionato. Vuole scendere.

All’orizzonte una costellazione di zanzare, stelle ronzanti che si avvicinano e allontanano dalla mia testa-sole. Che sole non è.

È più un buco nero verso cui tutto rotola con moto centripeto, veloce, sempre più veloce. Sul letto il mio corpo è una sagoma di gesso che cambia posa alla rinfusa cercando quella giusta per morire, almeno per qualche ora.

 

Nella notte che tutto confonde una stella mi ha punto sulla coscia e un’altra sull’orecchio. Mi gratto e con la testa cerco riparo nella grotta sotto al cuscino. Sulle pareti, graffiti di fiori colorati, accendo un fuoco e canto una ninna nanna di donne nude, pensiero felice a cui ricorro per addormentarmi. Non funziona. Esco fuori e prendo aria. Respiro ombre.

Lancio il cucino come un boomerang e lui non torna indietro, sparisce senza far rumore nel buio che nasconde i danni.

Sono più solo.

 

Salgo sulla ruota prendendo un pensiero a caso. Ci parlo faccia a faccia. Sono incazzato. Gli dico tutto senza tralasciare nulla, sono spietato. Lui non risponde, incassa i colpi come un sacco appeso al muro. Nel buio che non distingue, l’importante è dare i pugni, colpire il vuoto per precauzione.

Cigola la cabina del mio pensiero, traballa ad ogni colpo mentre continua a girare. Poi mi butto giù, lo lascio andare. Precipito nel letto, espiro i guantoni e guardo l’ora. Troppo presto per iniziare una giornata, troppo tardi per finire quella che è passata.

Respiro.

 

Adagio un braccio al suolo e lo allungo alla ricerca del cuscino. Tra i rovi dei panni abbandonati mi pungo con la cinta.

Il cuscino mi tende la sua mano soffice e io lo traggo in salvo, lo abbraccio, chiedendogli perdono. Nell’oscurità che riappacifica, l’importante è aver fiducia, accettare le proprie debolezze, dargli spazio. Respirare insieme.

 

Schiaccio le stelle in un applauso e loro precipitano, si inchinano. Mi restituiscono il sangue e smettono di ronzare. Cala il sipario nella notte senza compromessi. Sul letto la sagoma di un corpo abbracciato ad un cuscino.

L’arcobaleno è bianco e nero e io lo guardo, dalla ruota panoramica.

La ruota panoramica