(vincitore del concorso Syria Poletti nel 2013 come miglior albo illustrato per gli 8-13 anni

Illustrazione di Laura Fanelli

C’era una volta, prima che il nonno nascesse, un mondo sempre illuminato.
Era tutto luccicante e lungo le strade brillavano le insegne raffiguranti la faccia del re.
Gli abitanti del paese erano obbligati a fare sempre il loro dovere e non c’era tempo né per dormire, né
per giocare, né per distendersi in riva al fiume.
Era un mondo di cui io porto il ricordo poiché sono colui che lo cambio, io sono Notto.
Olé!
Anche il re del paese era sempre al lavoro, si chiamava Lucio e aveva il corpo sottile e la testa grande e
rotonda, come un lecca lecca. Aveva dei lunghi capelli ricci e la sua testa era così pesante che a ogni
passo perdeva l’equilibrio, se lo vedevi passare era meglio fuggire per non farti schiacciare.
Si racconta che re Lucio fosse nato prima dei dinosauri e i suoi occhi fossero come degli enormi fari
che illuminavano il mondo da millenni.
Sul suo viso, a causa della stanchezza, c’erano delle occhiaie giganti, così grandi che potevi starci
allungato come su un’amaca. Tutti lo prendevano in giro dicendo che era brutto e maldestro e per
ripicca lui era severissimo e utilizzava la sua immensa luce per controllare che ognuno svolgesse i propri
compiti.
Il re aveva un figlio che si chiamava Marcello ed era specializzato nel fare un gran fracasso. Faceva tutto
il contrario di quello che gli diceva il padre e voleva sempre giocare, ballare e scherzare.
Io, che sono Notto col dolce cuore, sarto di fiducia di sua imminenza il re, lo guardavo di sottecchi e
ridendo a crepapelle continuavo a cucire un mantello bellissimo.
Un giorno il re si adirò e vedendo che Marcello stava sporcando le mura dorate del palazzo, corse verso
di lui per fermarlo.
“Tu sei il principe!” - gli gridò - “Devi essere d’esempio! Smettila con questo scempio!”
Cadde sulla sedia, sul prato e nella fontana e infine, ancora più arrabbiato, arrivò vicino al figlio e, per la
prima volta da quando io ne avessi memoria, fu a un pelo dall’acciuffarlo.
Io, che sono Notto senza paura, volevo bene al piccolo Marcello e, prima che fosse raggiunto, gettai il
mio mantello sulla testa del re.
Re Lucio non vide più un ceppo e cominciò a sbattere a destra e sinistra, in alto e in basso; ancor più di
quanto lo facesse prima e, io e Marcello, ridemmo a più non posso mostrando i nostri quattro denti.
Sì quattro, poiché due ne aveva lui, che era piccino, e due ne avevo io, che ero già vecchietto.
Immersi nel buio, gli abitanti del paese si misero a urlare. Nessuno aveva mai visto una cosa del genere
e tutti corsero a nascondersi sugli alberi, nei cespuglio e nelle cucce dei cani.
Era buio come il buio che c’è quando vai a dormire nella tua cameretta.
Fu qualcosa di terrificante.
Nonostante ciò, io e Marcello ridevamo fortissimo e tutti, sentendoci, cominciarono a uscire come talpe
dai nascondigli. Nessuno più ci controllava e finalmente eravamo liberi di fare tutto ciò che volevamo.
Nel paese esplose una grande festa e ci si mise a ballare, cantare e giocare a mosca cieca. Tutti si
scontrarono gli uni con gli altri e, nonostante i bernoccoli, il mondo divenne un paradiso di cui godere.
Il buio fu per noi qualcosa di prezioso, fu una vittoria, vinta anche grazie a me che sono Notto il
servitore, al servizio del popolo e del re.
Olé!
Quel momento idilliaco fu rotto dal sopraggiungere di un suono terrificante. Tutto il paese si mise a
tremare e nessuno riuscì a capire da dove provenisse. Era un suono simile al grugnire di un maiale
gigantesco.
Io, che sono Notto dall’orecchio lesto, intuii che provenisse dal palazzo e, facendomi strada
nell’oscurità, lo raggiunsi.
Sotto il mantello re Lucio russava fortissimo e, osservandolo, il terrore si trasformò in risa. Tutti
continuammo a far festa fino a che, esausti, ci mettemmo a russare come il re.
Non so per quanto tempo dormimmo ma dovettero passare tanti anni poiché quando re Lucio si
svegliò, e nel paese tornò la luce, Marcello era diventato un ometto e io ero sempre più vecchio.
Dormimmo così tanto che sul viso del re sparirono le occhiaie e si svegliò bellissimo, un vero re.
Da quel giorno nessuno lo prese più in giro e lui, in cambio, lasciò che tutti potessero giocare illuminati
dal suo splendore.
Di tanto in tanto, quando comincio a vedere che sul suo viso appaiono le occhiaie io, che sono Notto il
toreador, uso il mio mantello con la stessa grazia di un torero e glielo lancio sulla testa per farlo
riposare.
Olé!
Col passare del tempo il mantello è sempre più bello e ho fatto dei buchi affinché possa passare un po’
di luce per illuminare chi, invece di riposare, vuole continuare a giocare.
Quel buio fu chiamato notte in onore di me, che sono Notto il pluricentenario, e il buco più grande,
quello che ho lasciato in alto fra i più piccini, fu chiamato luna e da lì è possibile scorgere l’occhio di re
Lucio che è chiuso e si riposa.
Gustatevi la notte amici miei ve lo dico io, che sono Notto, amico fidato del popolo e del re.
Olé!

Il mantello di Notto