Le sopracciglia di nonna Lina

(pubblicato su "Il Calendario del Popolo" Teti Editore 2013 )

Abitavamo in un casolare con le porte sempre aperte, i pulcini sempre in giro e delle finestre magiche da cui non entrava il sole.

 

C’erano giorni in cui mia mamma si disperava e sognava d’impugnare un’enorme sega per fare delle piroette e tagliare in un istante tutti gli alberi che circondavano la casa, diceva che fossero loro a nasconderci dalla luce.

 

Solo io sapevo la verità e l’avevo capita un giovedì mattina parlando con nonna Lina.

 

Mia nonna era sempre in casa, o perlomeno da quando io ero nato. Aveva tutti i capelli bianchi e solo  le sue sopracciglia erano nere.

Lì dove abitavamo era la mia sola amica, lei e i pulcini.

Ogni mattina io avevo il compito di uscire per cercare le uova e nonna mi aiutava da lontano senza oltrepassare la soglia di casa.

 

Un giovedì mattina, prima d’iniziare la ricerca delle uova, la guardai con serietà e le chiesi:

“Nonna, perché le tue sopracciglia sono nere?”

Lei rise, tossì e fece anche uno starnuto, poi mi guardò e disse che quando le sue sopracciglia fossero diventate bianche, lei sarebbe dovuta partire lontano, senza di noi.

 

Fu in quel momento che capii tutto!

Un incantesimo proteggeva la nostra casa e se mia nonna si fosse esposta alla luce si sarebbe scolorita tutta. 

Dal momento che ero l’unico a conoscere il suo segreto decisi che avrei fatto di tutto per proteggerla.

 

Ogni mattina controllavo le sue sopracciglia e senza dire nulla a nessuno mi accertavo che non ci fossero raggi di luce in giro. Dopo pranzo, quando lei si riposava, correvo in ogni stanza per controllare che tutto fosse al sicuro e poi uscivo nell’aia a giocare con i pulcini.

 

Un giorno mia madre mi mandò in soffitta per prendere dei gomitoli di lana e appena aprii la porta vidi che un enorme raggio di luce attraversava il buio, entrando dalla finestra sul tetto.

 

Chiusi immediatamente la porta e corsi giù per vedere se mia nonna fosse partita.

Le sopracciglia erano ancora nere e decisi di non dirle nulla per non farla spaventare.

 

Tornai in soffitta, mi avvicinai alla finestra e mi fermai a pochi passi dalla luce.

Più la fissavo e più mi pareva che si stesse impossessando dell’intera stanza.

Mi guardai intorno e prima che fosse troppo tardi corsi verso un vecchio tavolo di legno, quello che utilizzavamo d’estate per fare la salsa di pomodoro, e con grande sforzo lo trascinai fin sotto la finestra.

 

Tutto si rivelò inutile, il tavolo era troppo basso e la luce entrava ancora.

Cercai qualcos’altro e posai sul tavolo tanti pacchi.

Costruii una torre che arrivasse fino al vetro e poi presi un rotolo di carta con le stelle, di quelli che usavamo a Natale, e lo stesi su tutta la finestra.

Poco dopo ero circondato dal buio, il raggio era stato sconfitto!

Con immensa soddisfazione presi i gomitoli di lana e corsi giù da mia madre.

 

Quella stessa sera mio padre disse che nonna non sarebbe venuta a tavola e che sarebbe rimasta a letto. Io dissi che volevo portarle la cena e nonostante le obiezioni corsi nella sua stanza con uno dei suoi pezzi di pane secco.

 

Era nel letto, sveglia.

Non resistetti e le raccontai tutto, le dissi che avevo vinto e che presto sarebbe stata meglio. La rassicurai sul colore delle sue sopracciglia e le pregai di non andare via.

Lei mi sorrise dando un morso al pezzo di pane. Mi disse di non preoccuparmi, era solo molto stanca. Mi elogiò per il mio coraggio e mi disse che con un custode come me non correva pericoli.

 

Prima di uscire dalla stanza mi voltai e fissando i bordi bianchi del suo letto le chiesi dove sarebbe andata quando l’avrebbero portata via. Lei mi sorrise ancora e mi disse che sarebbe diventata un angelo.

 

Io le chiesi cosa fossero gli angeli.

Lei mi disse che avevano le ali di piume dorate.

 

Protessi le sue sopracciglia a lungo e quando, anni dopo, mia nonna ci lasciò, corsi a contare i pulcini nell’aia.